Che il New York Times abbia preso di mira Apple è chiaro da tempo. Ieri la famosa testata americana ha pubblicato un’articolo in cui svelerebbe i “trucchetti” con i quali la società di Cupertino cercherebbe di pagare meno tasse. Il modus operandi di Apple è quello di spostare uffici e sedi legali in posti dove si pagano meno tasse come Irlanda, Olanda, Lussemburgo, Isole Vergini Britanniche.
Il giornale cita anche l’esempio della sede legale di Apple che invece di essere a Cupertino (California) dove le tasse sulle aziende sono pari all’8,84%, è situata a Reno (Nevada) dove, udite udite, le tasse per le aziende sono pari allo zero assoluto. Fino a qui sinceramente non ci sarebbe di che stupirsi in quanto Apple in questa modo non evade il fisco, ma approfitta di leggi scritte per cercare di pagare meno. Quello che sottolinea l’articolo è che Apple (ma anche Google, Microsoft e altre aziende del settore) approfitti di leggi scritte per l’«era industriale» adatte a chi produce beni materiali ma che si adattano male alla “economia digitale”. Si evidenzia, infatti, che parte degli enormi profitti ottenuti derivino da diritti sulle proprietà intellettuali come i brevetti sui software o il download di musica e video, beni immateriali che possono essere venduti ovunque, anche negli Stati con basse tassazioni. Il vantaggio che ottenuto è enorme, basti pensare che negli ultimi due anni le 71 società tecnologiche che fanno parte dell’indice borsistico Standard & Poor’s 500, hanno pagato tasse complessive (in tutto il mondo) pari a un terzo in meno rispetto alle altre società non tecnologiche dello stesso indice.

